EUTANASIA, FINE VITA, SUICIDIO ASSISTITO. A CHE PUNTO SIAMO?

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EUTANASIA, FINE VITA, SUICIDIO ASSISTITO. A CHE PUNTO SIAMO?

Fondazione Don Caccia
16 Giugno 2022
Riguardo al tema del fine vita, eutanasia e suicidio assistito si è discusso relativamente poco nelle ultime settimane, nonostante il tema meriti approfondimento e tempo da parte di tutti. Abbiamo deciso di parlarne con don Aristide Fumagalli, docente di Teologia morale presso il Seminario Arcivescovile (Venegono Inf. – Va), la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose (Milano).
 
Negli ultimi quindici anni si è verificata una serie di cambiamenti importanti, più attraverso i processi e le disobbedienze civili, che non dal punto di vista legislativo. L’aiuto al suicidio è legale oggi a determinate condizioni. Ci sarebbe stata l’occasione a breve, per far decidere al popolo italiano, andando eventualmente nella direzione della Spagna, dell’Olanda e di altri Paesi in cui la legge sull’aiuto al suicidio è già attuata. La corte costituzionale ha cancellato questa possibilità.
 
È solo una questione di posticipo dell’inevitabile o è opportuno prendere in considerazione sul serio questo tema, anche nel mondo ecclesiale, affinché diventi davvero un ragionamento in cui tutti ci sentiamo coinvolti?
 
 
“Il ritardo con cui il Parlamento italiano sta affrontando la questione delle scelte di fine vita favorisce l’individualismo etico e la polarizzazione ideologica. L’assunzione e l’approfondimento degli interrogativi che l’inevitabile fine della vita pone, esigerebbero, tanto più in una società democratica, l’autentico dialogo di chi espone le ragioni delle sue posizioni affinché si produca il migliore consenso possibile. Sembra invece prevalere, nell’opinione pubblica, ma anche nella discussione politica e nella comunicazione mediatica la logica dello slogan e della contrapposizione per partito preso. Anche questa situazione conflittuale può però essere occasione per provocare uno stile diverso, non preoccupato di screditare l’interlocutore, ma di argomentare adeguatamente e proporre fondatamente la propria posizione. Da questo punto di vista, il mondo ecclesiale, a cominciare dal suo interno, potrebbe/dovrebbe essere un buon laboratorio dialogico, utile all’intera società civile”.
 
 
La Corte costituzionale ha bocciato il quesito, sostenendo che questo referendum avrebbe aperto la strada all’immunità penale per chiunque uccide qualcuno con il consenso della persona uccisa. Questo è evidentemente ingiusto. Il tema è tutto qui?  O ci sono altri aspetti da considerare?
 
 
“Questioni delicate e complesse come quella del vivere bene le fasi terminali della vita umana non possono essere risolte sforbiciando la legislazione vigente, come impone di fare lo strumento del referendum abrogativo. La bocciatura del quesito referendario da parte della Corte costituzionale evidenzia il limite e il pericolo di simili tentativi. Resta la necessità di pervenire a una legge che non può ridursi a determinare se il malato abbia o meno il diritto all’aiuto al suicidio, ma deve considerare le implicazioni delle scelte di fine vita che, per quanto personali, non sono mai semplicemente individuali. Tali scelte sollevano domande sul senso della vita e della morte, sul rapporto tra diritti dell’individuo e bene della società, sul confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, sulla differenza tra il togliere la vita per togliere il dolore e il togliere il dolore senza togliere la vita, sulla determinazione della malattia e la dignità del malato, sulla concezione delle cure, terapeutiche e palliative… Nell’affrontare i molteplici aspetti della questione del fine vita, la società e la politica non dovranno dimenticare il valore fondamentale della vita e la dignità della persona umana, per evitare le insidiose derive della cultura della morte, che non tollera la malattia, e dello scarto, che elimina il malato”.





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